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Non è tutto oro quello che è green.

Non è tutto oro quello che è green.

Su Rai Uno si parla di un’azienda chimica, leader mondiale nella produzione di bio-plastica. Per intenderci, è l’azienda che ha inventato quella roba di cui sono fatti gli shopper che si bucano quando li usi. Si tratta di un polo tecnologico dinamico, un raro esempio di realtà italiana in grado di disegnare il futuro a suon di prodotti innovativi ed investimenti in ricerca. L’amministratrice parla di un’azienda che vuole uscire dai dogmi dettati dall’economia di prodotto, per arrivare ad un’economia di sistema (???) . In tal senso, l’attuale obiettivo aziendale è quello di migliorare le caratteristiche del proprio prodotto per arrivare a produrre una plastica interamente fatta di materie organiche e realizzata con energie rinnovabili prodotte in loco.

Che sembra figo, ma in realtà vuol dire essenzialmente tre cose:

– per produrre la materia organica verranno usati terreni coltivati a mais. Terreni che, per forza di cose, verranno sottratti alla produzione di cibo e, qualora si mirasse davvero a ottenere un sostituto della plastica, aggraveranno ulteriormente il problema della fame nel mondo: se col cibo ci fai la plastica, o impari a cucinare il nylon o patisci la fame. E se non la patisci tu, la patirà inevitabilmente qualcun altro.

– trattandosi di colture non destinate alla produzione di cibo ed essendo l’utilizzo di OGM vietata per legge, le piantagioni potranno essere irrorate pesantemente con erbicidi, concimi di sintesi e pesticidi nel tentativo (e con il fine) di aumentare esponenzialmente la produzione di materia organica per metro quadrato. Tutta roba che inquinerà il terreno e, percolando, le falde acquifere da cui beviamo e con cui zio Pino bagna il suo bell’orto biologico. Senza parlare della conseguente moria di insetti che deriverebbe o della inevitabile contaminazione dei campi vicini.

– produrre facendo esclusivo ricorso a risorse rinnovabili e sostenibili ed avendo contemporaneamente in testa di mettere sul mercato un prodotto di massa che nel lungo periodo si immagina andrà a sostituire la plastica è oggi possibile solo facendo un massiccio ricorso a fonti rinnovabili non sostenibili. Ovvero, vista la scarsa efficienza delle attuali tecnologie alternative rispetto a quelle tradizionali, a praterie di celle fotovoltaiche o ad enormi impianti a biomassa proveniente dall’Europa dell’Est o dall’America, il tutto finanziato e sussidiato da Pantalone. Un’insostenibilità duplice quindi, ambientale quanto economica, che si rifletterà inevitabilmente in un impatto ambientale molto ma molto più grande di quello che si voleva evitare e in un prezzo al consumatore comunque più alto.

(continua dopo l’immagine)
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L’intervista continua ed è qui che arriva il bello, quando l’amministratrice dice chiaramente che l’innovazione va (ed ha bisogno di essere) indirizzata e che dunque, la società deve capire che può (e deve) fare a meno di quelle aziende che delocalizzano e mirano ad offrire prodotti ad un prezzo sempre minore. 

Gulp.

Già credere che la riduzione del prezzo dei beni sia una sventura per la società e non la base della sua emancipazione economica e dunque, culturale è folle, ma è credere che la società possa e debba fare a meno di una qualsiasi azienda che significa davvero essere degli ignoranti cosmici. E non perché il lavoro qui o il lavoro lì – questa retorica non mi appartiene, il lavoro si crea e si distrugge in continuazione- ma perché l’unico che può dire di voler fare a meno di un’azienda (o per contro, ritenerla indispensabile) è il consumatore che spendendo i suoi soldi per comprare un determinato prodotto, fa una scelta duplice (tu vivi, tu no) razionale e libera. Non la società, non la politica, non un fantomatico buon senso collettivo, ma l’individuo. Io scelgo, io compro, io decido. Io, non noi. Indirizzare l’innovazione per legge (perché era questo che intendeva) significa tarpare le ali alla creatività, vincolare l’inventiva e negare la natura disgregata e caotica secondo cui (e all’interno della quale) l’individuo liberamente studia, sperimenta e innova. Significa mettere ostacoli (diretti o meno) a chiunque lavori a soluzioni diverse da quelle che un qualcuno ha arbitrariamente deciso essere migliori di altre. Come se un giorno un politico si svegliasse e ci dicesse che gli shopper di bio-plastica vanno preferiti a quelli plastica tradizionale: per legge, anche se non reggono un cazzo e costano di più.

Ah, già.

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