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Solo carne.

Solo carne.

Dopo il curvone delle Cento Lire, ma prima del Ponte di Sassi, a metà di corso Sturzo, ci sono due ragazze. La prima è bionda e riccia, la seconda ha gli occhi azzurri e i capelli castano scuro. Anzi, mogano. La riccia, la vedo sempre da lontano, passo da lì tutti giorni, ma mi fermo sempre prima dell’immissione nel corso e quindi, di lei so poco. La seconda, la conosco meglio. È sempre vicino ad un incrocio poco più che pedonale, dove la strada incontra una perpendicolare che gira giù per il cimitero. Non penso sia italiana, ma avrà la mia età, forse qualche anno in meno. Non è molto alta, ma ha sempre dei tacchi vertiginosi che mi ingannano. Quando mi fermo al rosso, lei è a pochi passi da me, spesso mezza nuda. È curioso, conosco le forme del suo corpo, ma non so come si chiami. Non è di certo la prima volta che vedo una ragazza nuda in strada e non conosco il suo nome, ma lei la vedo quasi tutti i giorni. Nello stesso posto, più o meno alla stessa ora. La vedo sì, ma mi sono sempre sentito in imbarazzo a guardarla. Non voglio che mi veda come un suo cliente, voglio mantenere un distacco tra noi, come se guardare le sue forme sia per me un peccato o peggio, una forma, illogica ma convinta, di disprezzo nei suoi confronti di persona. La soluzione quindi, è fingere che non lo sia e al peggio, quando la pelle scoperta è troppa per riuscire a distogliere lo sguardo, guardarla quando è girata di spalle. Non è quindi una morale particolarmente forte ad impedirmi di girare la testa, ma da un lato la paura di essere visto e dall’altro, la fobia di incontrare i suoi occhi. Gli occhi, perché è lì che sta tutto ed è da lì che si capisce se un persona è felice o anche solo semplicemente viva. Un giorno però quegli occhi li ho incontrati e ora, è il coraggio che mi manca. Mi manca perché nel scoprirli azzurri l’ho vista vivere. Vivere per davvero, senza quella maschera che la costringe ad fingersi carne in vendita. Ero con Rossella in Vespa, fermi al semaforo a due passi da lei che se ne stava china sulla carrozzeria di un Panda interessata alla sue attenzioni. C’è stata una frenata brusca e una macchina bianca non ci ha travolto per un soffio. Dei ragazzi poco più che ventenni, stavano cercando qualche locale o una festa e non avevano visto il semaforo davanti a loro. Si sono fermati a due centimetri dal mio fanale posteriore, con le ruote che hanno fischiato isteriche e le cinture di sicurezza che si sono fatte rigide per evitare che quelle teste vuote sbattessero contro il parabrezza. Noi ci siamo spaventati ovviamente e lo ha fatto anche lei. Per un attimo quindi, ha smesso di vendersi, si è alzata e ci ha guardato come avrebbe fatto chiunque. Non era spaventata per lei, era preoccupata per noi. Ha spalancato gli occhi ed era una ragazzina. Ha accennato un saluto a Rossella come a chiederle, state bene vero? A quelle parole non dette abbiamo ricambiato rispondendo senza aprire bocca: tutto ok, ma abbiamo ancora il cuore in gola. Tu? Ma lei non ci ha più riposto perché si è ricordata di non essere affatto una persona, ma carne in vendita. Di colpo l’abbiamo vista imbarazzata, come se si sentisse in difetto per quel breve attimo di normalità, come se ci fosse un severo disciplinare da seguire per fare il suo lavoro e che lei lo avesse appena trasgredito. Non sembrare una persona, sei carne in affitto. Non sorridere, balla. Non respirare, ansima. Non spaventarti, provoca. Non pensare, non gioire, non mostrarti debole. Sei una troia, comportarti come tale. Si è alzata la gonna e ha mostrato il culo, poi ha ripreso a ballare senza guardare più nulla. È stato l’imbarazzo che ha provato per quel cenno che ci ha rivolto e per quell’aria spaventata che aveva addosso che mi ha gelato il sangue e che continua a farlo se torno a pensarci. D’improvviso lei era una persona ed io ero un’altra, a pochi metri da lei. Cosa c’era di diverso tra quella ragazza e me? Tra lei e la ragazza che si appoggiava alle mie spalle. Perché la prima se ne stava sola, nuda in una strada, mentre la seconda mi abbracciava spaventata? Perché di una ne sono innamorato follemente e dell’altra ho paura anche solo ritenerla viva? Perché lei non viene amata, ma affitata? Perché una spera di passare l’esame di martedì e l’altra che l’uomo che la sta per comprare non le tolga la un futuro che comunque non ha? Perché io ho una famiglia che mi chiede di scrivere quando arrivo a destinazione, mentre lei potrebbe benissimo sparire per sempre in un campo senza che nessuno se ne accorga? Non siamo tutti persone? Cosa ho fatto io per meritare queste fortune? Nulla. 

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